Kathryn Bigelow

In definitiva, il mio obiettivo è quello di usare il cinema come un meraviglioso strumento sociale, attraverso il quale si possono superare le barriere, si può iniziare a creare un certo tipo di consapevolezza del fatto che è possibile lavorare sul significato, che sostanza e accessibilità possono coesistere. In questo senso i miei film sono politici.

Kathryn Bigelow (a cura di M. Caruso)
Lo sguardo dentro. Sorbini ed. ’97

Kathryn Bigelow nasce nel ’51 nel nord California.
Racconta di sé: … da piccola ero una specie di maschiaccio, sempre molto sola. Penso che avesse a che fare con l’essere alta … due metri e mezzo. Ci sono nata con quest’altezza…! Mi sentivo socialmente esclusa e timida e quindi ho imparato a osservare. L’arte è stato uno straordinario modo di crearmi uno spazio per me, in cui non venivo ostracizzata…
E’ così che la pittura diviene il primo concreto interesse di Katryn Bigelow.

Dopo il liceo vince una borsa di studio del Whitney Museum e si trasferisce a New York dove entra in contatto in particolare con il gruppo “Art & Language” e trova stimoli a girare immagini. “Da allora ho smesso completamente di dipingere ed ho iniziato a fare film”.

Nel 1979 gira il suo primo cortometraggio Set-Up che va a montare alla Columbia University dove sta seguendo un corso di Milos Forman ed entra a far parte dello staff di Semiotexte rivista di semiotica del dipartimento di filosofia.

Nel 1982 partecipa in qualità di attrice al film di Lizzie Borden Born in Flame ed esordisce nel lungometraggio con la direzione di The Loveless. Poi nell’83 – dopo un semestre di insegnamento di cinema all’Istituto di Belle Arti della California – entra in contatto con la Universal: scrive sceneggiature noir e d’azione “che mi sono rifiutata di vendere a meno di non essere ingaggiata come regista. Erano tipi di film che mi dicevano non sono adatti alle donne. Continuavo a ricevere risposte del tipo: ecco una storia delicata, perfetta per una donna. Mentre le mie sceneggiature ricevevano risposte del tipo: c’è troppa ferramenta, troppa tecnologia. Non so cosa ne potrai tirar fuori…”

Nel 1987 riesce a chiudere il suo secondo lungometraggio Near Dark, un horror poetico e dalle sfumature western che rielabora il tema dei vampiri. Il film entra a far parte della collezione permanente del Museum of Modern Art di New York.

Nel 1990 dopo anni di battaglie e di resistenza a non cedere la regia del film ad un uomo esce finalmente Blue Steel, ignorato dalla critica americana ma apprezzato nel resto del mondo. Sfumato il progetto di New Rose Hotel dal racconto dello scrittore di fantascienza William Gibson (poi realizzato nel ’98 da Abel Ferrara con Asia Argento) nel 1991 esce Point Break.

Nei progetti di Kathryn il passo successivo dovrebbe essere dedicato alla figura di Giovanna d’Arco con l’emblematico titolo Company of Angels di cui scrive il progetto ma che non riesce a portare avanti per la diffidenza dei produttori (sarà poi realizzato in Francia da Luc Besson nel ’99).  Accetta invece la proposta di Oliver Stone di dirigere un episodio, il quarto, del mini-serial tv da lui prodotto Wild Palm nel 1993.

Nel frattempo con James Cameron continua a lavorare ad un progetto non meno complesso ed ambizioso, un thriller morale ambientato durante la festa di capodanno del 2000: Strange Days.
Prima che il film giunga sugli schermi sono necessari 4 anni di lavorazione, durante i quali tra l’altro muore la madre, Gertrude, a cui Kathryn dedica il suo lavoro. Presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel 1995 raccoglierà un grande successo di prestigio prima ancora che economico.

Nel 2000 esce Il coltello nell’acqua un film sugli elementi, sull’acqua e il vento e la colonizzazione americana dal punto di vista delle donne riguardata da una fotoreporter che torna a indagare, dal suo oggi di donna, su un orrendo delitto di cui furono vittime due immigrate norvegesi nel 1873 …

Altro impegnativo lavoro, anch’esso del tutto fuori degli schemi, è K19 – The Widowmaker, la ricostruzione dell’affondamento di un sottomarino sovietico raccontato nello scandaglio dei sentimenti dell’uomo che ne è responsabile e dei suoi marinai. E’ un canto di passione contro la guerra.

Strange Days di Kathryn Bigelow – Usa 1995 – Durata 145′

Los Angeles. Ultimi giorni del 1999. La citta ribolle per i preparativi del capodanno 2000. Lo squid (Superconducting Quantum Interference Device – Dispositivo di Interferenza del Superconduttore Quantum) è l’ultimo grido in fatto di droghe: un’apparecchio che si applica come un piccolo casco al cranio permette la registrazione di pensieri, emozioni, ricordi ed esperienze direttamente dal cervello del soggetto che le vive. Queste clip di vita “vera” possono poi essere “rivissute” da altre persone. Lenny Nero, ex poliziotto, possiede un’intera collezione di squid che documentano la sua storia d’amore con Faith, una cantante che l’ha lasciato per mettersi con il suo impresario, che è anche il manager di un rapper militante che condanna pubblicamente la violenza della polizia e tenta di negoziare la pace tra le varie gangs…I guai di Lenny iniziano quando il rapper viene ucciso da due agenti bianchi e Iris, una sua cliente e collaboratrice, ne ha registrato la morte su un dischetto squidd …

Kathryn Bigelow dice di Strange Days. Ho voluto realizzare una storia che avesse una base emotiva molto accessibile, una parabola dai toni vagamente noir: una storia sullo strisciante bisogno di guardare, di vedere.

In ultima analisi è una storia di redenzione e di speranza e tocca da vicino i punti cardine dell’umanità: l’anima di Strange Days sta nella matrice emotiva e nel fatto che Lenny Nero è capace di mostrare una sua sofferenza spirituale, il che rappresenta in ultima analisi la strada verso la redenzione!

La tecnologia per come la intendo io è un mezzo per mostrare e raccontare:

…continuavo a pensare che mi occorreva una macchina da presa che fosse come un piccolo insetto, in grado di volare e di muoversi molto velocemente. Così ci siamo fermati per otto mesi, abbiamo messo a punto un modello poco ingombrante di steadycam… un oggetto di ripresa leggero e flessibile, per riprodurre al meglio i movimenti veloci e sensibilissimi dell’occhio umano; uno strano ibrido di steadycam che può anche essere tenuta in mano. Con la stabilità di una steadycam e la mobilità e flessibilità di una camera a mano, ci ha permesso di rendere i movimenti oculari nel modo più verosimile possibile. Era quello che volevo.

…nel pensare a Strange Days ho visto la possibilità di fare cinema in modo diverso, con gli attori che si rivolgono direttamente alla macchina da presa e lo spettatore che partecipa direttamente all’azione: ci sono scene di cinque o sei minuti, tutte in soggettiva… Per funzionare dovevano essere perfette e i tagli dovevano essere invisibili, apparire come un continuo scorrere, un pianosequenza senza cuciture… Così, facendo molte prove, abbiamo trovato “la panoramica a schiaffo”: una velocissima panoramica tagliata nel bel mezzo con un taglio che non si vede. E’ stato molto difficile: era come un balletto. Dovevamo coreografare le scene in anticipo, provarle e riprovarle con una videocam, capire dove potevamo inserire il taglio e organizzare l’azione in modo che tutto fosse coerente e fluido nell’inquadratura…

… penso che la pittura abbia contribuito enormemente alla maniera in cui filmo. Non è una pratica cosciente da parte mia, piuttosto un processo di visualizzazione automatica. ..Ho smesso di dipingere perché volevo che il mio lavoro fosse visto. La cosa che mi affascina nel cinema è che può essere uno strumento diretto a un pubblico di massa mentre la pittura è un’arte più elitaria e specializzata.

Non dipingo più perché per me dipingere non è un hobby, è un’esperienza totale, così disegno solo i miei story-board. Faccio degli story-board molto precisi, soprattutto quelli delle scene d’azione, così da visualizzare tutte le scene e in seguito ci lavoro anche con chi dirige la fotografia.

… la tecnologia ha un’influenza molto forte nel cinema e sull’essenza del film. La tecnologia d’altra parte ha sempre influenzato il mondo dell’arte e con la digitalizzazione si avranno molti cambiamenti. Ma quali che siano gli strumenti tecnologici tutto si riduce a quello che vede l’occhio umano e quindi chi fa la regia.

— a me non piace utilizzare ciò che solitamente è inteso come femminile e renderlo ovvio nel film. Per cui cerco di evitare i cliché e le sdolcinature sentimentali. Rimane però che ritengo i sentimenti molto centrali nella vita e nei film, e questo si può cogliere nell’intensità delle azione che mostro e dei sentimenti …

dall’intervista (a cura di Massimo Causo). Kathryn Bigelow. Lo sguardo dentro. Stefano Sorbini ed. ’97

Filmografia

1997 Set-Up Cm
1983 The Loveless – coregia con Monty Montgomery)
1987 Near Dark / Il buio si avvicina
1990 Blue Steel / Blue Steel- Bersaglio Mortale)
1991 Poin Break
1993 Wild Palm (miniserial TV, p. 4)
1995 Strange Days
2000 The Weight of Water / Il coltello nell’acqua
2002 K-19 – The Widowmaker
2003 Karen Sosco (serie TV – episodio “He was a Friend of Mine”)
2008 The Hurt Locker

Soggetti e Sceneggiature

1980 Union City di M. Reichert (collaborazione al soggetto)
1995 Undertow di Eric reed (co-sceneggiatura)

Interprete

Negli anni ’70 prende parte ad alcuni video di esponenti di spicco dell’underground newyorkese e a performances video di Vito Acconci e Richard Serra

1974 Done To di Lawrence Weiner
1976 Green As Well As Red As Well As Blue
1982 Born in flames di Lizzie Borden

Sul web

Strange Days
Il mistero dell’acqua
K-19

a proposito dell’Oscar: 8 marzo 2010 – Los Angeles  

Intervista a Kathryn Bigelow di Silvia Bizio  Repubblica – 8 marzo 2010

LOS ANGELES – “Il momento è finalmente arrivato”, ha detto Barbra Streisand dopo aver aperto la busta col nome vincitore dell’Oscar per la migliore regia. Il premio a Kathryn Bigelow per il suo The Hurt Locker, che ha ricevuto anche la statuetta per il miglior film – oltre ad altri quattro riconoscimenti – è il primo per una donna regista nella storia dell’Academy. “E’ impossibile descrivere quello che sento, in questo momento della mia vita”, ha detto, ricevendo il premio, la regista americana già autrice di alcuni film di culto come Point Break e Strange Days. L’antagonista numero uno era James Cameron con il suo Avatar, proprio lui, ex marito della Bigelow (hanno divorziato nel 1989). Erano state candidate come registe, prima di lei, solo Lina Wertmuller, Jane Campion e Sofia Coppola. Ma non ce l’avevano fatta.
The Hurt Locker, thriller militare su un plotone di artificieri operativi in Iraq, è un film indipendente che ha faticato a trovare un distributore (è la Summit) e non è andato oltre i 12 milioni di dollari di incassi negli Stati Uniti, ha battuto il kolossal più costoso della storia del cinema, Avatar (un budget, si dice, di 350 milioni di dollari con due miliardi di dollari già incassati in tutto il mondo). La Bigelow ha penato per anni per raccogliere i finanziamenti per girare The Hurt Locker, dopo che il giornalista Marc Boal (Oscar per la sceneggiatura originale), inquadrato come reporter con un polotone in Iraq simile a quello descritto nel film, le aveva proposto l’idea. Pronto dal 2008, The Hurt Locker è uscito in America solo il novembre scorso.
Cinquantotto anni, bellissima in un abito grigio che le fasciava la figura perfetta, la Bigelow ha incontrato i giornalisti con i suoi due Oscar in mano, come regista e quello come produttrice del film.

Come si sente a essere la prima regista donna nella storia a vincere un Oscar?
“Spero di essere la prima di una lunga serie a venire. Naturalmente mi piace pensare a me stessa come regista e vorrei arrivare al punto in cui quella definizione fra un uomo e donna non esista più, ma questo premio mi incoraggia a non rinunciare mai a un sogno e insistere a realizzare un film anche quando sembra impossibile”.

Quando ha cominciato a sperare nell’interesse dell’industria e del pubblico per questo suo film?
“Non ho mai osato sperare, ma poi è stata straordinaria l’accoglienza della critica che ha dato al nostro lavoro la spinta necessaria per proseguire. E non si è più fermato”.

Perché tanta difficoltà a realizzare The Hurt Locker?
“Perché è un film che parla di una guerra odiata dalla gente. E’ l’impegno militare più duraturo nella storia degli Usa e sono convinta che l’invasione dell’Iraq sia stato un atto deplorevole. Insomma, volevo fare qualcosa con un film, dire, parlare, mostrare cose che i media non rivelano mai”.

Cosa ha provato a “battere” il suo famoso ex marito James Cameron?
“Lasciatemi dire prima di tutto che lo considero un filmmaker fantastico, un fenomeno, ed è stato un onore per me trovarmi all’Oscar in compagnia non solo sua ma degli altri registi”.

Cosa gli dirà quando lo incontrerà?
“Ora mi lascia davvero senza parole! Non so…

C’è qualcosa in particolare che ha imparato da lui, o che avete imparato insieme nel vostro lavoro?
“Jim è un uomo capace di dare ispirazione, lo ha fatto con tanti registi nel mondo, non solo con me. So di poter esprimere il sentimento di tutti nel dire che gli siamo molto grati”.

Cosa significa davvero vincere un Oscar?
“Gli Oscar sono il traguardo più alto della comunità cinematografica e mettono un film al centro dell’attenzione. Sarà una bella cosa, se questo premio porterà il pubblico a vedere The Hurt Locker, anche in dvd. Noi siamo già felici di quel che abbiamo ottenuto, soprattutto se penso a tutti quelli che non riescono a girare o a distribuire i propri film. Spero che quest’Oscar convinca tutti, non solo le donne, a seguire i propri sogni. Sono trent’anni che faccio film, so cosa significa faticare per realizzarli. A tutti consiglio: sii tenace, ma lavora su storie in cui davvero credi”.

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