NADINE LABAKI

 Nadine (Antoine) Labaki,  regista  e attrice di notevole personalità, nata a Baadba in Libano nel 1974, ha iniziato la sua attività di autrice e regista nei primi anni Novanta con video musicali: il primo su una cantante esordiente, Carla,diventata poi una delle vj più famose del Libano; un altro , incentrato sulla procace figura di una cameriera in una tavola calda egiziana, stigmatizzato come troppo audace…
Anche i suoi due singolari lungometraggi si svolgono su un filo narrativo distopico: vita quotidiana di donne volitive nella loro semplicità ed autenticità, eccentriche e vitali, tra ironia, necessaria ricerca di senso e drammatiche condizioni di contesto.

Caramel_NadineLabaki

 

In Caramel del 2007, cinque donne condividono la loro quotidianità in un salone di bellezza che è un universo di relazioni e di pattuizioni d’esistenza: lavoro, solidarietà, esplorazioni di possibilità


 

E Ora dove andiamo?

 uscito nelle sale italiane all’inizio del 2012, a partire dalla coreografia d’apertura (in cui un gruppo di donne distopicamente danza sullo sfondo di un paesaggio desertico) racconta con profonda arguzia e graffiante il dramma dei conflitti interreligiosi in una piccola comunità di un paese lontano tra i monti.
Primo premio del pubblico al Toronto International Film Festival, presentato a Cannes nella sezione Un certain Regard, il film si colora, in modo toccante, del tono di fiaba  e insieme di dramma delle pulsioni mortali, commedia e musical e lotta per la sopravvivenza di un gruppo di donne che non si arrende … un’opera importante, che riesce ad essere insieme semplice, graffiante, ironica e terribile.
Ecco cosa ne dice, nella conferenza stampa di presentazione a Roma, la stessa regista:
“… non penso mai prima al perché faccio le cose che faccio, cerco di analizzarne i motivi solo dopo, e a volte riesco così a capire alcune cose di me.
Da ragazzini noi siamo cresciuti in Libano tra guerre continue, e la maggior parte del tempo eravamo costretti a rimanere a casa, facendo una vita abbastanza noiosa: fin da subito io ho avuto un rapporto speciale con televisione che mi ha aiutata a capire che potevano esistere realtà diverse dalla mia, potevo immaginare un posto migliore.
Ho capito presto che per poter creare realtà diverse era necessario per me diventare regista,  è stata una decisione che ho preso fin da piccola. Quando faccio un film  sogno un mondo diverso, ed è questo il senso del mio mescolare generi come la commedia, il ballo e il dramma. La risata e l’umorismo servono per affrontare una realtà come la nostra. Questi conflitti sono così assurdi che non puoi fare a meno di prenderli in questo modo: ridere serve anche ad avviare un processo di guarigione, ad imparare dai nostri errori. Conosco tante donne che hanno perso i loro cari, che sono a lutto eppure continuano a mantenere il senso dell’umorismo,
ad andare avanti col sorriso: dobbiamo imparare da loro.
L’approccio che ho adottato in questo film non è realistico, non c’è un’ambientazione in un luogo o un periodo specifici: il conflitto mostrato avrebbe potuto verificarsi tra chiunque, anche tra due partiti o due squadre di calcio, è un conflitto che riguarda semplicemente gli esseri umani. L’aspetto musical, poi, mi ha consentito di aggiungere il tono fiabesco ad un film con un tema così importante.
 Sulla danza iniziale: Quel ballo è ispirato alle donne che vedo intorno a me, che hanno perso i figli durante la guerra e portano il lutto: a volte il loro dolore è esternato in modo violento, così quella che vediamo sullo schermo è una specie di danza di sofferenza. Io ho un’ammirazione per loro, non so come fanno a sopravvivere, a continuare ad alzarsi al mattino e ad andare avanti con la vita di tutti i giorni: questo è stato il mio modo di render loro un tributo, così come la dedica alle nostre madri che c’è alla fine del film.
Ho creato quei piccoli movimenti sincronizzati per esprimere il rituale della sofferenza, abbiamo lavorato per molto tempo con mio marito Khaled Mouzannar, dedicando molta attenzione a questa scena: quelle donne  non erano danzatrici, quindi non era facile creare questo movimento collettivo per suscitare emozione; quella scena l’abbiamo girata subito, all’inizio, visto che mi serviva creare l’emozione per poi andare avanti nel film…
Intervista riportata da Marco Minniti in Movieplaier

 

 

 

 

 

circola

Circolo del Cinema a soggettività femminista, attivo dal 1996 da Cagliari al mondo

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