Moufida Tlatli

 

 

Montatrice di tutti i film della new wave araba e del miglior cinema tunisino, è nata a Sidi Bou-Said ed ha studiato all’IDEHC di Parigi.
La sua prima opera da regista Les silences du palais è del 1994, molto apprezzato a Cannes, ha raccolto vari premi ed ottime critiche.

E’ la storia raccontata attraverso gli occhi di una ragazzina.

La regista usa la musica “la vita dell’anima che sale oltre i muri”, le sonorità arcaiche del luth (violino classico) ed il canto come arma per spezzare le catene ed uscire dalla prigionia della casa/palazzo.
Storia di ribellione dall’oppressione sessista contrappuntata e intrecciata alla rivolta contro l’oppressione colonialista.
Per Alia, la protagonista, la voce è l’unica possibilità di salvezza … mentre le sonorità arcaiche del luth (violino classico) proiettano nel futuro (più aperto e meno sessista) un passato andaluso-arabo precursore delle libertà illuministe invece precipitato nell’ingiustizia e nella schiavitù.

Les silences du palais

Regia, sceneggiatura e montaggio: Moufida Tlatli, fotografia: Youssef Ben Youssef, musica:Anouar Brahem.

Interpreti: Hend Sabri, Ghalia Lacroix, Najia Ouerghi, Amel Hedhili. Produzione: Cinetéléfilm e Magfilm, Mat films. 35mm, Tunisia, 94. 127′

Film dell’urgenza e senza fretta, come racconta l’autrice, di riattraversare la storia individuale che a poco a poco diventa collettiva. “L’eroe della mia storia è una donna, quella che nei nostri paesi chiamavamo talvolta la colonizzata del colonizzato. Una riflessione personale sulla vita di mia madre mi ha condotta a trattare la dolorosa questione dei rapporti tra uomini e donne nelle società mussulmane. Evocando il mondo antico dei principi orientali, i Bey che regnarono sulla Tunisia, io mostro nello stesso tempo la raffinatezza e lo splendore di una cultura e di una civiltà millenaria e la decadenza con l’ingiustizia e la schiavitù…”

Lo sguardo della narrazione è quello di una ragazzina e il luogo, prevalentemente, le cucine del palazzo dove si svolge una vita quotidiana interamente di donne; i piccoli accadimenti sono contrappuntati ai grandi avvenimenti dell’esterno.

Nel vagabondaggio tra presente e passato lungo i corridoi e le stanze del palazzo, con l’unico motivo conduttore di una stupenda canzone d’amore, tra infanzia, giovinezza e maturità, si svela la prigionia delle donne… ma il principe, padre, patriarca volge alla morte …

Oscillando continuamente tra il colmo della raffinatezza orientale e la crudeltà di una decadenza inumana, la vita delle donne del palazzo presenta una materia romanzesca contemporaneamente evidente e ambigua. Moufida Tlatli ha trovato il miglior filo per tessere il film: la musica. La sua voce sublime costituisce in effetti per Alia l’unica possibilità di salvezza.

Ed il film è una specie di viaggio nell’arte del canto arabo, sostenuto dal luth, i tamburi e talvolta le melopee di Oum Kalthoum, trasmesse per radio. Libération

Alia condurrà una guerra di liberazione personale, parallela a quella del Fronte Nazionale, per spezzare altre più perfide e antiche catene: troverà nella sua vita, nella voce, nel luth l’arma da usare. Madri e nonne, ancorchè schiave, hanno avuto il merito di trasmettere la voce e il canto. La vita dell’anima, che sale oltre i muri. E i paesi arabi, tutti, hanno mezz’anima in coma. Tlatli ha fatto il ’68 a Parigi e il femminismo a casa. Il Manifesto

Categorie: biofilmografie

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